Cos’è la cianotipia
κύανος · τύπος / blu · impronta
La cianotipia è una tecnica di stampa fotografica caratterizzata dalla tipica tonalità blu delle immagini ottenute. A differenza dei procedimenti fotografici basati sui sali d’argento, essa sfrutta la fotosensibilità di due composti del ferro, il ferrico ammonio citrato e il ferricianuro di potassio, la cui reazione chimica, attivata dall’esposizione alla luce ultravioletta, consente la formazione e la fissazione dell’immagine.
Durante l’esposizione alla luce, una parte degli ioni di ferro passa dallo stato ferrico (Fe³⁺) allo stato ferroso (Fe²⁺). Questa trasformazione innesca le reazioni che portano alla formazione del ferrocianuro ferrico, un pigmento insolubile noto come blu di Prussia. Il successivo lavaggio in acqua elimina i sali non reagiti e rende visibile l’immagine definitiva.
Le sfumature sono innumerevoli: il blu può diventare estremamente intenso e quasi nero nelle zone più profonde dell’immagine oppure trasformarsi in una successione di azzurri e blu delicati nelle zone più luminose.
Se nella fotografia tradizionale il colore può essere considerato uno degli elementi dell’immagine, nella cianotipia accade qualcosa di completamente diverso.
Il blu è l’immagine.
Il soggetto in una cianotipia non viene semplicemente impresso sulla superficie della carta: nasce al suo interno dall’incontro tra luce, chimica, acqua e materia. È forse proprio questa componente fisica e imprevedibile a rendere questa tecnica così affascinante.

La storia della cianotipia
Nel 1842 lo scienziato e astronomo inglese Sir John Herschel mise a punto il procedimento della cianotipia, pochi anni dopo la presentazione dei primi procedimenti fotografici sviluppati da William Henry Fox Talbot in Gran Bretagna e Louis Daguerre in Francia.
Le prime tecniche di stampa fotografica, dall’eliografia di Nicéphore Niépce al dagherrotipo e al calotipo, erano prevalentemente fondate sull’utilizzo dei sali d’argento. Herschel indirizzò invece le proprie ricerche verso l’impiego dei composti del ferro, con l’idea di creare un’alternativa economica all’argento e di rendere più pratico e pulito lo sviluppo, accessibile anche al di fuori di una camera oscura tradizionale.
Uno dei primi incontri tra fotografia, scienza e materia porta il nome della botanica inglese Anna Atkins. A partire dal 1843, Atkins affidò alla luce e all’eternità le forme fragili delle alghe: le dispose direttamente sulla carta sensibilizzata e lasciò che il sole ne trasformasse la presenza in impronta. Nel blu profondo della cianotipia, ogni esemplare divenne al contempo documento botanico e immagine sospesa, precisa e delicata. Il suo Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions è considerato un’opera fondamentale nella storia della fotografia e uno dei primi libri illustrati mediante immagini fotografiche.


Anna Atkins, Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions, ca. 1853. Cianotipie. The Metropolitan Museum of Art, Public Domain.
Nel corso del tempo il procedimento trovò anche un’importante applicazione tecnica. La relativa semplicità, il costo contenuto e la possibilità di ottenere copie precise di disegni anche molto dettagliati favorirono l’utilizzo della cianotipia per la duplicazione di progetti architettonici e ingegneristici. Disegni, planimetrie e schemi tecnici potevano essere riprodotti attraverso un procedimento rapido e affidabile, particolarmente utile negli studi di progettazione e negli ambienti industriali.
Da questa applicazione derivarono i blueprint, copie tecniche esecutive caratterizzate da linee chiare su fondo blu. Per molti decenni il loro colore inconfondibile accompagnò il lavoro di architetti, ingegneri e progettisti, diventando così familiare da trasformare il termine blueprint in un’espressione ancora oggi utilizzata per indicare, in senso più ampio, un progetto, uno schema o un piano dettagliato.


Blueprint architettoniche e tecnico-costruttive realizzate mediante procedimento cianotipico, 1889–inizio XX secolo. Library of Congress.
Con l’affermarsi di sistemi di riproduzione più rapidi ed economici, l’utilizzo industriale della cianotipia diminuì progressivamente, lasciando spazio a tecniche più moderne e adatte alla produzione su larga scala. La tecnica, tuttavia, non scomparve, ma continuò a essere utilizzata in ambiti artistici.
Come funziona la cianotipia
Alla base della cianotipia c’è una reazione fotochimica. Una superficie, generalmente carta, viene ricoperta con una soluzione contenente composti del ferro sensibili alla radiazione ultravioletta.
Una volta asciutta, la superficie viene esposta alla luce ultravioletta. Nel caso di un fotogramma, oggetti, foglie, fiori o altri materiali vengono appoggiati direttamente sulla carta sensibilizzata. Le parti coperte rimangono chiare, mentre quelle raggiunte dalla luce diventano progressivamente blu.
Quando invece si vuole ottenere una vera immagine fotografica, si utilizza un negativo. La luce attraversa il negativo in misura differente a seconda della densità dell’immagine e impressiona la superficie sensibilizzata.
Terminata l’esposizione, la stampa viene lavata accuratamente in acqua. Questo è uno dei momenti più affascinanti dell’intero procedimento: ciò che fino a poco prima appariva come un’immagine incerta comincia a trasformarsi e il blu acquista progressivamente profondità.
L’ossidazione continua anche dopo il lavaggio e, durante la fase di asciugatura, il colore raggiunge gradualmente la sua tonalità definitiva. Ogni fase può influenzare il risultato: la carta, la stesura della soluzione, il negativo, l’intensità della luce, il tempo di esposizione e il lavaggio.
Per questo due cianotipie non sono mai perfettamente identiche.

La cianotipia oggi
In un’epoca in cui una fotografia può essere prodotta, duplicata e condivisa infinite volte in pochi istanti, la stampa cianotipica introduce nuovamente l’attesa. Ogni foglio deve essere preparato con cura, ogni immagine esposta alla luce, ogni stampa lavata e lasciata trasformare.
È proprio questa lentezza, insieme alla fisicità del processo, a restituire alla cianotipia una particolare forza espressiva. La fotografia torna a essere non soltanto un’immagine da osservare, ma un oggetto fatto di carta, pigmento e luce.
La mia cianotipia
Il mio lavoro nasce dalla fotografia, ma trova nella cianotipia un segno ed una cifra diversi. Non considero questo procedimento semplicemente un modo alternativo di stampare un’immagine: il passaggio dal negativo alla stampa cianotipica rappresenta per me una vera e radicale trasformazione.
Il blu di Prussia sottrae l’immagine alla rappresentazione letterale e modifica inevitabilmente la percezione del soggetto fotografato. Lo rende più distante e, allo stesso tempo, più intimo. Luoghi e figure sembrano appartenere a uno spazio sospeso, nel quale fotografia e memoria finiscono per confondersi.
Ogni fase della realizzazione dell’immagine è eseguita manualmente: dalla fotografia originale alla preparazione del negativo, dalla sensibilizzazione della carta all’esposizione, dal lavaggio fino alla stampa definitiva.
La stesura a pennello della soluzione chimica, le peculiarità della carta e le caratteristiche stesse del procedimento lasciano nella stampa tracce irripetibili. Una diversa densità del blu, un limite irregolare della superficie sensibilizzata o un’imprevista variazione nell’esposizione non sono necessariamente imperfezioni da eliminare: appartengono al processo e alla materia stessa dell’opera.
Ogni cianotipia è un esemplare unico.
Per me la cianotipia non è soltanto una tecnica di stampa, ma il punto di partenza di una ricerca intima e verticale tra fotografia, materia, luce e tempo.
Da questa relazione personale con l’immagine, con il tempo e con ogni fase del processo nasce il mio percorso di cianoterapia.

Domande sulla cianotipia
Perché ogni cianotipia è unica?
La luce non cade mai nello stesso modo, la materia non reagisce mai in maniera perfettamente identica e il procedimento manuale introduce inevitabilmente variazioni. Anche utilizzando lo stesso negativo, ogni stampa porta con sé le tracce irripetibili del momento in cui è stata realizzata.
Il blu della cianotipia rimane sempre uguale?
No, il blu di Prussia vive insieme alla stampa. La sua profondità può mutare durante l’ossidazione e reagire alle condizioni in cui l’opera viene conservata. È un colore che appartiene alla materia e respira con lei, non viene semplicemente applicato sopra di essa.
Una fotografia digitale può diventare una cianotipia?
Sì, una fotografia può essere trasformata in un negativo adatto per la stampa a contatto. Da quel momento, però, il risultato non è più una semplice riproduzione: carta, chimica, luce e lavorazione intervengono nella costruzione dell’immagine.
Perché lasciare visibili pennellate, bordi e imperfezioni?
Ogni segno racconta come l’immagine è nata. La stesura della soluzione, l’irregolarità della carta ed i segni lasciati dal pennello appartengono al processo. Nasconderli significherebbe cancellare una parte della storia della stampa.
Si può ripetere due volte la stessa cianotipia?
Si può cercare di riprodurre le stesse condizioni, ma il risultato non sarà mai perfettamente identico. Ogni stampa conserva piccole differenze: la ripetizione esiste, l’identità assoluta no.
Come si conserva una cianotipia?
È preferibile conservarla lontano dalla luce solare diretta, dall’umidità e da fonti di calore. Se il blu dovesse apparire troppo chiaro dopo una forte esposizione alla luce, lasciare la stampa al buio per qualche tempo può aiutarla a recuperare parte della sua profondità originaria.